Preti umili e contenti


Il seguente testo è l’omelia tenuta dal Vescovo Dante Lafranconi a Bozzolo (MN) in occasione dell’incontro con i seminaristi della Lombardia il 22 aprile:

Dopo il saluto del parroco giunga a tutti voi il mio saluto.

Con gioia penso ai tanti anni che anch’io ho passato in Seminario, prima come studente poi come insegnante. Sono stati anni indimenticabili, veramente espressione di una fraternità sacerdotale che chiediamo al Signore di poter sperimentare anche oggi e poi per tutta quanta la nostra vita. Lo chiediamo come frutto grande di questa Eucaristia attraverso l’intercessione di don Primo Mazzolari, che vogliamo onorare.

La fecondità delle persecuzioni. Prendo spunto per qualche riflessione dal primo brano proclamato nella liturgia della Parola, tratto dagli Atti degli Apostoli. Il tempo pasquale è caratterizzato da questo libro: esso è una incoraggiante testimonianza dei primi passi della Chiesa, del primo cammino che ha compiuto il Vangelo, la Bella Notizia. Se volessimo riassumere in poche righe gli Atti degli Apostoli potremmo dire che esso è la descrizione del percorso che il Vangelo ha compiuto dilatandosi continuamente sulla terra nonostante le persecuzioni che, invece di essere d’intralcio, nel disegno di Dio sembrano entrare come un’occasione immediata per accrescere ancora di più gli spazi dell’annuncio. Non è stato proprio grazie alla persecuzione successiva alla morte di Stefano e alla conseguente dispersione dei primi cristiani, dei diaconi, di alcuni apostoli, che il Vangelo è stato annunciato ai più lontani?

Nel Vangelo appena proclamato entrano in scena due personaggi: l’eunuco e Filippo. Mi sembra che entrambi possano suggerire qualcosa di buono per la nostra vita di cristiani prima e poi di preti o aspiranti al sacerdozio.

L’eunuco della regina Candace: un cercatore di verità. L’eunuco è una persona desiderosa di conoscere la verità. Probabilmente egli già, senza esserne consapevole, era in cammino verso la verità, verso Gesù. Probabilmente era un proselita: si dice che era stato a Gerusalemme e che dal tempio ritornava ai suoi territori d’origine. Egli certamente non sapeva che l’accostamento alla rivelazione sarebbe poi sfociato nell’incontro con Colui che ne ha dato compimento. È bello, però, pensare che questa sua prima tappa di accostamento alla rivelazione gli abbia permesso poi di incontrare la parola viva del Signore Gesù.

La figura di quest’uomo ci dice che noi cristiani, e quindi anche noi preti, non possiamo tralasciare la passione per la conoscenza di Gesù e la verità che egli incarna. Una passione che deve connotare i nostri anni di preparazione al ministero sacerdotale! È vero che gli studi comportano sempre una certa fatica e una certa pesantezza, però guai se perdiamo l’occasione, straordinariamente ricca, di disporre i nostri cuori ad accogliere e a far nostra questa verità.

Noi crediamo che la Parola di Dio e la tradizione della Chiesa, chiamata costantemente ad annunciare questa Parola, siano il punto di riferimento della nostra esistenza, il fondamento della nostra esperienza e la chiave per interpretare la nostra vita personale e anche la storia dell’umanità. Poiché siamo ben consapevoli che la verità della Parola di Dio non è mai esaustivamente posseduta – non per niente Gesù dice che «quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16, 13) – curiamo la nostra formazione anche dopo aver affrontato seriamente gli studi. È questa un’attenzione che dobbiamo alimentare nel cuore dedicando tempo ed energie e beneficiando degli aiuti che ci vengono da persone competenti. Non possiamo trascurare l’opportunità di formare una cultura adeguata al nostro tempo.

La passione di questo eunuco per la verità sia la stessa passione che guida tutta la nostra vita: ora che ci prepariamo al sacerdozio e poi quando eserciteremo il ministero pastorale.

La passione per i lontani. Mi sembra bello ravvisare in questo personaggio anche la figura di ogni persona chiamata alla salvezza. Infatti tutti quanti gli uomini nel disegno di Dio sono destinati a incontrare, in un modo o nell’altro, per una strada o per l’altra, esplicitamente o implicitamente, il disegno di salvezza di Dio. La fortuna di quest’uomo è stata quella di incrociare sulla strada il diacono Filippo, vero strumento del disegno di salvezza. Questa deve essere anche la nostra passione di preti: sapere che ogni persona è destinataria del Vangelo.

Sappiamo quanto don Mazzolari sia stato appassionato per i cosiddetti lontani: egli ci ricorda costantemente che la vita del cristiano, e la vita del prete, deve guardare al di fuori del recinto della parrocchia e dell’oratorio: semmai per don Primo il prete deve andare in cima al campanile per avere uno sguardo completo della comunità a lui affidata.

Penso all’attività sorprendente di don Mazzolari: fu predicatore instancabile sia in Lombardia che in tutta Italia e fu fondatore lungimirante del giornale “Adesso”. Quest’ultima iniziativa nacque proprio con l’obiettivo di trattare con tutti dei problemi di tutti: dalle questioni della vita sociale a quelle della vita di fede, fino al ruolo e alla presenza dei cristiani nel mondo. Egli illustrava questi argomenti avendo però sempre di mira la volontà di Dio, il quale desidera che la sua parola arrivi a tutti e sia capace di illuminare tutte le situazioni umane.

Mi permetto di ricordare qualche parola di don Mazzolari a questo riguardo: “Un sacerdote è sacerdote per tutti, anche per coloro che lo rifiutano e lo calpestano. Non posso lasciar fuori nessuno, se uno resta fuori io non sono sacerdote. Per la loro gioia, per la gioia di coloro che saranno la nostra gioia, facciamo posto a tutti, se no siamo materialisti anche noi. I grandi amori non sono come le piccole proprietà, che oggi possono rendere e domani no, e quando non rendono sono cancellate”.

E a chi gli chiedeva conto delle ragioni e della spiritualità sottostante la sua attività di giornalista e di divulgatore egli rispondeva: “Mi hanno colpito alcuni accenti duri di qualche giovane amico e mi è sorto il dubbio, se mai non stesse per riaffacciarsi, sotto motivi e segni diversi, un nuovo genere di angustia, quasi un bisogno di un di qua e un di là, che non ha nulla a che vedere con la verità e con l’errore, ma che riguarda piuttosto gli uomini come se alcuni ci appartenessero ed altri no. Qui, in questo mondo della spiritualità, non arrivano i nostri poiché nostri sono tutti, specialmente coloro che al di fuori non lo sono. Per tante strade si arriva in porto, infondo ogni vivente dia lode al Signore. È così bello credere che niente è fuori dalla redenzione”.

Il diacono Filippo: docile all’azione dello Spirito. Oltre che dalla figura del ministro della regina Candace, vogliamo trarre qualche considerazione anche dalla figura del diacono Filippo. Il brano degli Atti degli Apostoli a proposito di questo diacono mette in evidenza anzitutto che la sua azione è guidata, quasi telecomandata, dallo Spirito. È lo Spirito che gli dice «Vai avanti, accostati a quell’uomo!» ed è lo Spirito che alla fine, dopo il battesimo dell’eunuco, lo trascina ad annunciare il Vangelo da un’altra parte. La sua azione è dunque comandata e predisposta dallo Spirito. Quanti altri passaggi negli Atti degli Apostoli sono espressivi di quest’azione dello Spirito! Basterebbe pensare a Paolo quando da Troade si dirige in Europa: egli ha in mente un itinerario e lo Spirito lo stravolge.

Nel nostro ministero dobbiamo dunque imparare a essere docili allo Spirito, senza preclusioni e preconcetti, anche se ciò che siamo spinti a fare è al di fuori dei nostri programmi. Che non vada perduta l’azione della grazia per la nostra indisponibilità, per la nostra incapacità, per la nostra pigrizia o per la nostra mancanza di fiducia.

Preghiamo, dunque, per essere sempre più docili all’azione dello Spirito, senza preconcetti, accettando di essere annunciatori della Parola, testimoni della Buona Notizia, compiendo questo ministero con umiltà e con gioia.

Annunciatori umili e gioiosi del Vangelo. Umiltà e gioia: due virtù entrambe indispensabili. L’umiltà è importante perché ci aiuta a riconoscere i nostri limiti. Pur essendo consapevoli dei nostri peccati – del resto quello che leggiamo in questi giorni dice la fragilità degli uomini di Chiesa – siamo allo stesso tempo contenti, perché nonostante tutto Dio ha voluto servirsi di noi.

Nell’incontro con i sacerdoti, soprattutto se si tratta di dialoghi difficili, complicati, che manifestano non dico una certa conflittualità ma una certa divergenza di vedute, il pensiero che mi guida è sempre lo stesso: «Sappi che lui è stato scelto da Dio e Dio sapeva benissimo chi sceglieva. Allora rapportati con lui tenendo conto della scelta che Dio ha fatto in lui e per lui». Ecco perché, se da una parte deve esserci la consapevolezza dei nostri limiti che ci rende umili, dall’altra deve crescere quella giusta gioia, quel pizzico di orgoglio che, però, ci fa dire: «Dio ha guardato all’umiltà del suo servo, ha guardato a quella pochezza che sono io».

A questo riguardo vi leggo una riflessione di don Mazzolari apparsa su un numero del quotidiano Avvenire: “Nessuno ha bisogno di essere difeso, nessuno può essere difeso. Il Papa è un chiamato, il Vescovo è un chiamato, il sacerdote è un chiamato: ci ha scelto Lui e ci ha scelto così come siamo. È forse colpa nostra se egli si compiace di scegliere i deboli per confondere i forti, i poveri per confondere i ricchi e gli stolti per confondere i sapienti? Questa scelta che cade sulle spalle dell’ultimo, non come un privilegio ma come una tremenda responsabilità, ci fa nostro malgrado sale della terra e luce del mondo; per cui chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. Anche nell’ultimo Papa, nel più ottuso dei Vescovi, nel più miserabile prete un po’ di sale c’è sempre, c’è sempre un po’ di luce indefettibile. La grazia passa attraverso le mie mani immonde senza intorbidarsi, viene condotta dalla mia parola blasfema senza un’incertezza. Per la stessa ragione per cui nessuno ha bisogno di essere difeso, per la stessa ragione nessuno può essere difeso, neanche un Santo, poiché anche il più Santo dei preti, dei vescovi, dei papi, è un po’ sale fatuo e luce che fa scuro nei confronti di Cristo. Chiunque ci guardi ha sempre dei motivi per trovarci indegni. Dico di più: deve trovarci indegni, altrimenti Cristo sarebbe un ideale umano; un ben povero ideale è se una creatura lo potesse contenere ed esaurire. Con la nostra statura di piccoli uomini facciamo la prospettiva dell’infinito”.

Per questi motivi noi ci disponiamo a vivere la nostra chiamata, a comprendere la grazia che Cristo ci ha fatto e, un domani, a vivere questo ministero con umiltà e con gioia. La gioia senza l’umiltà rischia di renderci superficiali o orgogliosi e un po’ padroni degli altri; l’umiltà senza la gioia può generare un ripiegamento intristito su noi stessi e può togliere al ministero la forza della testimonianza attraente. Chiediamo al Signore, accogliendo anche l’esempio di don Primo Mazzolari, di essere sempre cristiani e preti umili e contenti.

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