Mons.Luigi Pollastri

Maggio 22, 2008 at 11:59 am | In Non dimentichiamoli | No Comments
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Con il passar degli anni, la lista dei ricordi si allunga e i contorni di fatti e di persone si stemperano. Ma don Luigi lo ricordo ancora bene nella sua veste bianca alla Colonia sull’Oglio, a Bordolano, nei pressi di S. Maria della Neve…Quando se ne parlava, ne sorrideva compiaciuto.
Negli anni cinquanta, e precisamente dal 1953, don Luigi era diventato parroco di quella piccola comunità.
Vi era arrivato da Soresina, dove aveva vissuto il suo primo entusiasta ministero negli anni difficili della guerra, dal 1943. In quell’anno era stato ordinato sacerdote, non ancora ventitreenne, e aveva celebrato la prima Messa nella sua indimenticata parrocchia di S. Ilario.
A Soresina aveva incominciato a farsi ben volere da tutti con il suo tratto gentile, sorridente e premuroso. Ai suoi giovani, dispersi in tanti campi di guerra, scriveva con sollecitudine, coltivando un rapporto che mantenne sempre negli anni fino all’ultimo: in ogni circostanza felice o tragica, o per le feste, arrivava immancabile un suo scritto dalla inconfondibile grafia, o una sua telefonata.
Ma furono soprattutto quegli anni di Bordolano a segnarlo come prete: la semplicità di quella vita, la genuinità di quei rapporti gli rimasero sempre nel cuore, a lui, al fratello Achille e alla buona Martina che con lui li condivisero. Quando se ne parlava gli si illuminavano sempre gli occhi.
E lì volle tornare, in quel cimitero, vicino al fratello che l’aveva preceduto, e vicino ai tanti che aveva conosciuto e amato.
Da Bordolano, nel 1974, era poi passato parroco a Pandino, anche questa una felice esperienza, interrotta bruscamente per quella chiamata in Curia, nel 1980, alla direzione dell’Ufficio amministrativo della diocesi. Un incarico di responsabilità che don Luigi, diventato poi canonico della Cattedrale, seppe vivere con piena disponibilità e generosità, ma sempre con il rimpianto nel cuore per quella vita pastorale tra la gente che gli mancava come mai.
Fu anche, fin dagli inizi, presidente di Teleradio Cremona Cittanova, la società di riferimento della radio e del Centro televisivo della diocesi. Lo fu, con la premura cordiale e affettuosa di sempre.
Ormai sulla soglia degli 80 anni, dovette interrompere il rapporto con la sua chiesa per spostarsi, con i familiari, a Cazzago S. Martino, nel bresciano. Un passo che sentì necessario e si rivelò provvidenziale per lui e per i suoi, per l’assistenza premurosa di cui godette da parte della nipote, ma che, per la lontananza dalla sua diocesi, considerava la sua croce quotidiana da portare.
Ma seppe vivere e bene, fino in fondo, col sorriso, la sua missione di prete, come ci dicevamo spesso: lui, come Mosè sul monte, in preghiera, a sostenere noi , poveri Giosuè, impegnati a darci da fare, in pianura.
Anche ora sappiamo e confidiamo di potere sempre contare su Lui.
E ancora lui ci gratificherà tutti del suo sorridente ricordo.

don Attilio Cibolini

Mons. Luigi Affini

Maggio 22, 2008 at 11:55 am | In Non dimentichiamoli | No Comments
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Dopo otto anni a S. Imerio, il mio parroco don Antonio Concesa mi fece questa proposta:

“Non ti piacerebbe cambiare? E’ libero S. Giacomo di Soncino, è la mia parrocchia, ti troverai senz’altro bene. Parlo io con il vescovo Fiorino e ti presento io a Mons. Affini”.

Andammo insieme a Soncino e conobbi l’Arciprete con quella sua giovialità e accoglienza che mi fece ben pensare… anche se più tardi, in uno dei non rari confronti mi buttò in faccia: “Ma se eri così bravo, perché non ti ha tenuto lui, don Antonio?”. Mons. Voltini, suo coetaneo e amico, me lo aveva descritto come uomo ricco di umanità. Sta di fatto che non fu facile capirlo subito, per quel suo carattere che io definivo “mantovano”: con estrema immediatezza diceva subito quel che pensava e smascherava ogni situazione qualora ci fossero delle ombre. Già dalla prima volta che andò in ferie e lasciava ai vicari la parrocchia scrisse le sue disposizioni che terminavano così: “sede vacante, nihil innovetur” e si firmava soltanto con l’iniziale “A”.

Non c’erano giri di parole e tantomeno espressioni diplomatiche nel suo linguaggio. “Sì, sì o No, no” e se si tentavano proposte che non voleva sentire diceva: “Quando sarai parroco tu farai quello che vorrai”.
E ho dovuto riconoscerlo più volte nella mia esperienza successiva: qui ci vorrebbe il carattere di Monsignore per smascherare la dialettica artificiosa e arrivare al dunque. La sua schiettezza poteva incrinare i rapporti ma aveva anche l’umiltà di riconoscere i propri sbagli e non era capace di serbare rancori, anzi non sopportava che malintesi o diffidenze restassero in sospeso. Con lui non c’era differenza tra persone, né per censo, né per idee, né per meriti o altro. C’era rispetto ma sempre con la libertà di dire: “Pane al pane, vino al vino”. Era il primo a riannodare un dialogo che magari era stato interrotto. Se ti tagliava la testa te la riattaccava subito, non aveva problemi a chiedere scusa, purché il rapporto venisse subito riannodato. Questo avveniva con tutti i parrocchiani ai quali porgeva per primo il saluto, magari con qualche battutina pungente sì, ma non astiosa .
La sua casa era sempre accogliente soprattutto per i sacerdoti della zona. Non era per lui accettabile quella frase:

“Benedici Signore coloro che non mi fanno perdere tempo”.

Proprio per la sua disponibilità all’accoglienza si definiva un prete “residenziale”, mentre vedeva che i suoi vicari erano spesso “irreperibili”.
Come pastore ricordava Mons. Bolognini che fu definito da don Bellò nell’epigrafe:”Vir prudentiae cautus”.

In una Soncino, ricca di storia e di tradizioni, non ha mai dimenticato di valorizzare il patrimonio di religiosità e di santità di questa terra. Ai suoi vicari non ha certo lasciato briglia sciolta proprio perché valorizzava la continuità e diceva: “Per la gente non si deve continuare a cambiare, perché si disorientano”. Egli accettava i consigli dei suoi collaboratori e quando un’iniziativa funzionava insisteva perché si ripetesse.

Ha sempre voluto che tutti i vicari fossero presenti in chiesa durante le funzioni, non solo per la disponibilità alle confessioni ma perché trovassero il tempo per la loro preghiera.
In questo nostro tempo in cui sembra sparito il valore del “ricordare” mi auguro che nella sua Soncino ci siano persone che vogliano tracciare un profilo della sua persona e del suo operare con maggiore adeguatezza perché in 35 anni a lui è toccato di traghettare la Parrocchia in quell’evoluzione avvenuta nella chiesa da papa Giovanni in poi.

don Gianfranco Castelli

Don Guido Bernardelli

Aprile 11, 2008 at 1:03 pm | In Non dimentichiamoli | No Comments

Ci eravamo subito capiti. E l’intesa fu perfetta: pur non essendoci mai stata occasione di incontrarci e di conoscerci, prima della mia venuta a Santo Stefano come parroco nel settembre del 1997; pur non appartenendo alla stessa generazione; pur essendo così diversi: per temperamento, per formazione, per esperienza pastorale. Sono i misteri dell’amicizia. Lui ha sempre avuto una grande fiducia, ricambiata, in me. Mi ha incoraggiato nei miei primi, non facili momenti della mia nuova esperienza di parroco. E ha trovato nella mia famiglia la sua famiglia: il pranzo domenicale e qualche caffè durante la settimana erano i bei momenti nei quali gustava la convivialità del vivere e si lasciava andare alle confidenze più simpatiche.

Don Guido è sempre stato un prete conviviale: con i giovani, alcuni dei quali ho visto piangere al momento della sua morte; con gli anziani, verso i quali aveva una parola semplice e affettuosa di conforto; con i penitenti, con i quali la confessione andava ben oltre la “lista dei peccati” e diventava amabile conversazione, vero veicolo della grazia di Dio e strada di trasmissione della sapienza cristiana del vivere; perfino con i defunti: che amava accompagnare al cimitero, quasi avesse ricevuto dall’alto una specie di esclusiva sul transito da questa nostra avventura terrena. Quando lo informavo di un funerale, “benissimo!” era la sua sorprendente risposta: come se rinverdisse un ruolo, come se ritrovasse un senso alla sua giornata, che si stava inaridendo.

Prete semplice e umile: è stato detto e scritto. Ma non si piegava facilmente a ciò che non lo convinceva. L’ho visto anche attestarsi su posizioni rigide, quando lui riteneva il caso: e non c’era verso di ricondurlo a più miti consigli. Prete popolano e popolare: ma mai demagogo. Aveva perfino, nella sua schietta semplicità, anche tratti di riservatezza e di sana aristocrazia. Oltre che la gente, amava l’arte, la lettura, i viaggi, le vacanze al mare: amava profondamente la vita, lui a tratti così pio e devoto.

Un anno fa la tappa più difficile: lasciare la propria casetta e la vita di parrocchia per trasferirsi alla vicina casa di riposo. Dopo i primi momenti - nei quali mi salutava con fatica e con sguardo truce e addolorato, ritenendomi, giustamente, il responsabile della nuova situazione - è subentrata una splendida serenità. Non smetteva di ringraziarmi, perché al “Busi” (la casa di riposo) aveva ritrovato la sua gente e la sua casa, dove poteva pregare, leggere, incontrare le persone, confessare e celebrare. Aveva ritrovato la sua vita di sempre. E da morto, il suo volto esprimeva quel che lui era da vivo: contento di essere prete, e di essere uomo.

don Alberto Franzini

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